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Assunto a marzo, via a luglio: formare e trattenere la Gen Z

Nel retail il turnover dei giovani sotto i 25 anni supera l'80% l'anno. Sostituire chi se ne va costa migliaia di euro a testa. La buona notizia: quello che la Gen Z chiede per restare è più semplice di quanto sembri.

Di Fabrizio Checchi · 19 maggio 2026 · 7 min di lettura

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I numeri sono brutali. Nel retail il turnover dei dipendenti sotto i 25 anni supera l'80% annuo in molti settori, con picchi vicini al 100% nella ristorazione veloce. Un'insegna che assume dieci persone a gennaio, a settembre ne ha ancora due o tre. Tutto il resto è ricominciato da capo.

Il costo di questa emorragia è enorme e quasi sempre sottovalutato. Tra selezione, onboarding, formazione e periodo di produttività ridotta, sostituire un addetto vendita costa in media tra i 3.500 e i 5.000 euro. Per una rete di cinquanta punti vendita con un turnover dell'80%, parliamo di centinaia di migliaia di euro l'anno che evaporano in un ciclo infinito di porte girevoli.

Il paradosso della formazione lunga

La risposta tradizionale alla scarsa competenza è sempre stata la formazione strutturata: manuali, giornate d'aula, affiancamenti prolungati. Questo modello oggi si scontra con una realtà nuova. Se un giovane addetto resta in media quattro-sei mesi, investire tre settimane di formazione intensiva significa dedicare il 15% del suo intero ciclo di vita in azienda a prepararlo per un lavoro che lascerà prima di averlo davvero imparato. È un calcolo che non torna più.

Le insegne più evolute stanno ripensando l'induction da zero. L'obiettivo non è più formare completamente prima di mettere in negozio, ma rendere operativi in 48-72 ore con le competenze minime essenziali, e costruire tutto il resto in modo incrementale, mentre la persona già lavora. Pillole formative da tre minuti sullo smartphone, video dimostrativi accessibili nel momento del bisogno, micro-quiz che rinforzano i concetti chiave. È il modello dei contenuti brevi e on demand applicato all'apprendimento: fruibili ovunque, calibrati sul livello di ciascuno.

Ma il turnover non è un problema di onboarding

Ridurre tutto al costo della formazione sarebbe un errore. La Gen Z non se ne va per come è stata accolta i primi giorni. Se ne va per quello che succede dopo. Le ricerche sul campo convergono su tre fattori: mancanza di feedback, assenza di prospettive, sensazione di non contare nulla.

Un "ieri hai gestito bene quel cliente difficile", detto dal responsabile al momento giusto, vale più di un premio trimestrale.

È una generazione cresciuta con i like istantanei e le notifiche in tempo reale. Entrare in un ambiente dove il riscontro arriva una volta l'anno con la valutazione formale — o non arriva mai — è alienante. Non chiedono elogi continui: chiedono di sapere come stanno andando.

Il secondo fattore è la prospettiva. Un giovane che entra come addetto e vede davanti a sé anni identici, con la sola speranza di un passaggio a vice se qualcuno se ne va, non ha motivi per restare. Le aziende che trattengono i talenti sono quelle che rendono visibile un percorso: competenze da acquisire, ruoli intermedi, responsabilità crescenti. Non servono promozioni rapide, serve sapere che un futuro esiste.

Il terzo è il senso di appartenenza. La Gen Z vuole lavorare per qualcosa, non solo in qualcosa. Vuole capire perché l'azienda fa quello che fa e sentirsi parte di una storia. I brand che sanno comunicare i propri valori e coinvolgere i giovani nelle scelte, anche piccole, registrano tassi di retention nettamente più alti.

La figura chiave è lo store manager

In tutto questo, l'uomo o la donna che fa la differenza è il responsabile di negozio. È lui che dà o non dà feedback, che fa sentire le persone parte di un progetto o semplici ingranaggi, che dedica tempo allo sviluppo dei collaboratori o si limita a controllare i turni. Il problema è che molti store manager sono stati promossi per le loro capacità di vendita, non per le loro doti di leadership. Sanno gestire un cliente; non sempre sanno far crescere una persona.

E qui si apre il tema che quasi nessuno affronta: come fa l'azienda a sapere cosa succede davvero in negozio? Come fa a sapere se un responsabile crea un ambiente che trattiene o che espelle? I colloqui di uscita arrivano troppo tardi e raccolgono versioni edulcorate. I sondaggi interni misurano il clima percepito, ma non i comportamenti reali. Per capire come vengono accolti i nuovi, come viene dato il feedback, come si gestiscono le difficoltà quotidiane, serve osservare con gli occhi di chi quell'esperienza la vive in prima persona.

Da 6 a 12 mesi

Trattenere un addetto il doppio del tempo non è solo un risparmio sui costi di sostituzione. È una persona che ha imparato davvero il mestiere, conosce i clienti abituali e può formare chi arriva dopo. È il circolo virtuoso opposto alla spirale delle porte girevoli.

La Gen Z non è più difficile delle generazioni precedenti. È diversa. Chiede cose in fondo ragionevoli: sapere come sto andando, sapere dove posso arrivare, sentire che il mio lavoro conta. Le aziende che imparano a rispondere a queste domande non avranno solo meno turnover. Avranno persone migliori. Misurare cosa accade sul campo — con il mystery shopping e l'ascolto interno — è il primo passo per capire dove intervenire, e la formazione continua è ciò che trasforma quella conoscenza in retention.

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Misuriamo l'esperienza in negozio — clienti e personale — per capire dove la rete perde le persone e dove le trattiene. Da lì costruiamo formazione che funziona sul campo.

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Fabrizio Checchi
Fabrizio Checchi

Fondatore e CEO di Mebius. Da oltre vent'anni misura l'esperienza del cliente nel retail italiano ed europeo.

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